Bernanke in modalità basso profilo mette ancora ansia ai mercati

Gli indici della Borsa americana continuano a soffrire nell’attesa di un segnale dalla Fed. Da tempo Ben Bernanke ha prefigurato un rallentamento del programma di acquisto dei bond, ancorando la politica monetaria interventista al tasso di disoccupazione. Gli Stati Uniti sono ancora lontani dall’obiettivo del 6,5 per cento che rappresenta la soglia oltre la quale l’economia potrà tornare a camminare sulle proprie gambe senza le misure stimolanti della Fed, ma bastano le avvisaglie di un “tapering”, un graduale rallentamento degli acquisti, per deprimere i mercati che si sono a lungo rafforzati grazie all’intervento deciso della Banca centrale.
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Gli indici della Borsa americana continuano a soffrire nell’attesa di un segnale dalla Fed. Da tempo Ben Bernanke ha prefigurato un rallentamento del programma di acquisto dei bond, ancorando la politica monetaria interventista al tasso di disoccupazione. Gli Stati Uniti sono ancora lontani dall’obiettivo del 6,5 per cento che rappresenta la soglia oltre la quale l’economia potrà tornare a camminare sulle proprie gambe senza le misure stimolanti della Fed, ma bastano le avvisaglie di un “tapering”, un graduale rallentamento degli acquisti, per deprimere i mercati che si sono a lungo rafforzati grazie all’intervento deciso della Banca centrale. Le minute dell’ultima riunione del board, pubblicate ieri, non segnalano cambiamenti immediati nella politica monetaria, ma lo scontro interno fra falchi e colombe, la complicata partita per la successione di Bernanke – i candidati forti rimangono la colomba Janet Yellen, scelta di continuità, e Larry Summers, con il suo enorme bagaglio di connessioni politiche e la esigua esperienza in materia di politica monetaria – e il tradizionale meeting di Jackson Hole che si apre oggi stanno sovraccaricando un dibattito che influisce sui mercati e contemporaneamente fissa i paletti della filosofia economica della ripresa americana.
Quest’anno il vertice del Wyoming ha un profilo più basso rispetto a quello tradizionale. Bernanke ha deciso di non partecipare, gesto irrituale per il governatore della Fed, mentre Yellen, vice del governatore, si limiterà a moderare un dibattito. In questa versione in tono minore l’incontro non promette di diramare le indicazioni forti alle quali gli osservatori sono abituati, scelta che s’accorda bene con il momento di tensione sui mercati, stretti fra minacce di “tapering” e guerre di successione. E l’aggiustamento della linea della Fed ha anche acceso un conflitto filosofico nell’area liberista. Quando hanno chiesto al senatore libertario Rand Paul, che considera la Fed il più soffocante tentacolo dello stato federale, chi vorrebbe alla guida della banca centrale, lui ha risposto Friedrich von Hayek, o in alternativa Milton Friedman: “Sarebbe meglio di quello che abbiamo”.
Rand Paul è un cultore dell’iperbole, e citare il padre della scuola di Chicago gli serviva per spiegare che un economista morto sarebbe perfetto per un’istituzione al quale affiderebbe giusto il controllo dei prezzi. Il problema è che Paul ha scelto l’esempio sbagliato. Sulla National Review, la rivista dei conservatori, Patrick Brennan gli ha fatto notare che sulla politica monetaria Friedman aveva un approccio interventista incompatibile con la sua foga libertaria. James Pethokoukis dell’American Entreprise Institute, altro bastione del conservatorismo, ha dettagliato l’espansionismo monetario di un economista che di fronte alla crisi giapponese consigliava alla Banca centrale di “acquistare titoli di stato e di continuare a farlo per immettere liquidità nel sistema finché l’economia non si sarà ripresa”. Friedman era naturalmente un campione indiscusso del libero mercato, ma i suoi studi sulla politica monetaria suggeriscono ricette realiste e prescrivono interventi anche profondi delle banche centrali per sostenere la ripresa economica. Quella fra Paul e la pattuglia friedmaniana non è soltanto una querelle fra economisti che s’accapigliano per l’eredità morale dell’ortodossia di Chicago. E’ un saggio sui conflitti interpretativi sul ruolo di una Fed che si sta avvicinando a un bivio: continuare a stimolare o fare un passo indietro? Intervenire o normalizzare? L’esito della guerra fra falchi e colombe e la scelta del successore di Bernanke ruota attorno a questo punto. Un punto sul quale anche gli eredi di Friedman sono più interventisti di quanto le loro incarnazioni politiche lascino intendere.